E’ opinione comune che il baseball sia uno sport americano, anzi “the american pastime”.
E’ sicuramente negli Stati Uniti d’America, a cavallo tra ‘800 e ‘900, che viene codificato secondo la forma
ed il regolamento attuali.
Tuttavia esso è nipote del cricket e figlio del rounders, sport anglosassoni, inventati nel ‘600 come attività
ludica, a metà tra la gara agonistica ed il piacevole passatempo all’aria aperta, per donne e uomini di tutte
le età.
Ma certamente esistono altri sport che prevedono l’abilità di colpire una piccola palla con un bastone, sia
esso mazza o racchetta. Si pensi al golf, al tennis, al hockey.
Meno conosciuto è l’Oina, sport romeno risalente al ‘300, giocato tuttora in Romania e Moldavia come
sport tradizionale, o il Pesapallo finlandese: entrambi ricordano -o meglio, contengono- i princìpi del
baseball contemporaneo.
La cosa interessante è che Oina, Cricket, Pesapallo, Rounders e Tennis utilizzano una palla le cui dimensioni
sono del tutto simili a quelle della palla usata nel baseball. Curiosamente queste dimensioni corrispondono
a quelle di una arancia o di una mela; così come i bastoni (o “mazze”) hanno tutti più o meno le stesse
misure, comprese tra 80 cm e 1 metro.
Forse c’è una origine rurale, forse un rito apotropaico.
Certo è che i coloni europei sbarcati nel Nuovo Mondo si portarono dietro, insieme al linguaggio e agli
strumenti musicali, questo passatempo ludico e sportivo, e trovarono prati ancora più ampi dove poterlo
praticare.
Nel frattempo a Venezia si gioca a “racchetta” e c’è ancora una calle a ricordarcelo, questo antenato del
tennis.
Anche quando i villaggi d’America si fecero città e le città crebbero a dismisura assumendo la dimensione
delle metropoli, rimasero dei prati o degli spazi tra le costruzioni dove continuare a colpire palle con
bastoni e correre lungo un percorso fatto di basi in successione.
Gioco tra amici, confronto tra padri e figli, scontro tra bande. A New York si parla di Town-Ball negli stessi
anni in cui a Venezia è in voga il “mazza e pindolo”, gioco infantile che consiste nel far saltare un tassello di
legno e colpirlo con un bastone. Gioco che peraltro è del tutto simile al Fiolet praticato in Val d’Aosta.
Curiosamente già a partire dagli anni ’20 sempre in Val d’Aosta viene codificato uno sport, il Tsàn, che
ricorda molto da vicino l’Oina rumeno e moldavo. Stiamo sempre parlando di sport dove bisogna lanciare,
prendere, battere una palla grande come un’ arancia.
In ogni caso, si gioca senza limiti di tempo.
Ma in Italia, paese in cui è in voga il pallapugno giocato negli sferisteri, il nuovo sport proveniente
dall’Inghilterra dilaga. E’ il foot ball: un calcio a tutti gli altri sport che diventeranno, al suo confronto,
inevitabilmente “sport minori”.

Accade però che durante la Prima Guerra Mondiale l’esercito della Forza di Spedizione Americana arrivi in
Italia. Tra loro figura anche un certo Fiorello La Guardia, italoamericano, che dal 1934 sarà tre volte sindaco
di New York. Il Regio Esercito Italiano viene dotato di un manuale per il gioco del baseball, come strumento
per socializzare con i soldati statunitensi. I quali portano con sé ovviamente l’attrezzatura da gioco anche in
tempo di guerra.
Una poderosa mazza di legno da 36 pollici finirà a Bologna e sarà l’oggetto che scatenerà un vortice di
passione sportiva che ritroveremo nel secondo dopoguerra, sotto il nome di Fortitudo.
Ma il baseball segue anche altre rotte. Dal Nord America arriva in Messico, in Venezuela, nelle isole dei
Caraibi e lì si diffonde velocemente e attecchisce come sport nazionale.
Dove arriva l’esercito americano, arrivano sacche di mazze di legno, guantoni di pelle e tante, tantissime
palle tutte uguali, tutte bianche con le cuciture rosso fuoco.
Gli americani pronipoti dei coloni europei ritornano in Europa da colonizzatori, armati fino ai denti.
Arrivano in Olanda, arrivano in Francia, arrivano in Italia ad Anzio e Nettuno. Con il loro curioso passatempo
attirano l’attenzione dei giovani del posto e gettando dalle navi le sacche di materiale sportivo, stanno di
fatto gettando le basi per la nascita di tante squadre di baseball.
Gli americani arrivano anche in Asia e la risposta a Pearl Harbour passa da Hiroshima e Nagasaki, a cui
seguirà una colonizzazione economica e culturale impressionante. Anche se, a dire il vero, in Giappone il
baseball era già stato introdotto da un insegnante statunitense attorno al 1875 e, per contro, la prima
squadra nipponica viene fondata nel 1878 da uno studente giapponese che aveva trascorso anni di studio
negli Stati Uniti.
Ma ci sono anche americani arrivati pieni di entusiasmo in Russia, attirati dalla promessa di lavoro e felicità
in una società più giusta per tutti. Portavano con sé il baseball e il jazz, venivano da Detroit, Los Angeles,
Pittsburgh, città messe in ginocchio dalla crisi economica seguita al crollo di Wall Street. Si trovarono a fare
i conti con le consuete difficoltà di adattamento che caratterizzano ogni emigrazione e con un Paese stretto
nella morsa del regime staliniano. Arrivati in Urss, si videro confiscare il passaporto americano con i pretesti
più disparati e furono obbligati ad assumere la cittadinanza russa;. quando poi il meccanismo repressivo
entrò in vigore a pieno regime, furono i primi a cadere, privi di qualsiasi aiuto da parte dell’ambasciata
americana fresca di apertura e restia a intervenire per proteggere chi aveva rinnegato gli Stati Uniti.
Quest’ultima vicenda è stata raccontata da Tim Tzouliadis ne “I dimenticati” (Longanesi, 2011) e descrive
le storie di due di loro, due giocatori di baseball arrestati e deportati nei gulag, ripercorrendo la storia
sovietica dalla metà degli anni ’30 ai giorni nostri, dalle purghe staliniane al difficile transito verso la
cosiddetta “democrazia”.
L’antico gesto di colpire una palla con un bastone ha attraversato i secoli e superato qualsiasi confine; il
meccanismo è stato codificato, è stato messo a punto attraverso un sistema di regole e diffuso in tutto il
mondo, ha attraversato gli oceani e le pianure, è sopravvissuto alle guerre e alle ideologie fino a diventare
sport globale.

In memoria di Roberto Buganè, un giocatore di baseball, un amico, una persona di grande sensibilità.